Lesbo, un cimitero di giubbotti salvagente

Lesbo è la terza maggiore isola Greca per superficie e l’ottava del Mediterraneo, con una superficie di 1 630 km² e caratterizzata da un cospicuo sviluppo costiero di 320 km, L’isola si trova nel Mar Egeo, a poca distanza dalla piattaforma anatolica. L’interno è prevalentemente collinare e culmina con il monte Olimpo alto 968 m, da non confondere con il più celebre e ben più alto omonimo nella Grecia continentale e altri omonimi sparsi in tutta l’area (Cipro, Turchia ecc.) Molte persone,non sanno che in una parte dell’ isola giace una grande montagna di giubbotti salvagente, lasciati dai migranti diretti in Europa e provenienti da Siria e Iraq, sono circa cinquemila i migranti ogni settimana che approdano qui. Una distesa di giubbotti che rende quasi tangibile l’enorme marea di persone passate su quelle spiagge, che hanno camminato su quella sabbia.

Un bambino è morto durante il tentativo di sbarco di un gruppo di migranti a Mitilini (isola di Lesbo, Grecia). Secondo il sito Cnn.gr, il barcone – partito dalla vicina costa turca – si è ribaltato quando è stato avvicinato da un’unità della Guardia costiera greca. Secondo quest’ultima, 46 persone sono state salvate. Il cadavere del bambino è stato rinvenuto poco dopo. Nella notte 5 barche sono giunte sull’isola, due sono arrivate a Chios e altre due a Samos.


Migranti protestano vicino al campo di Moria, sull’isola di Lesbo, 2 marzo 2020. (Angelo Tzortzinis, Afp)

Le ong sotto attacco


Il 1 marzo un centro di accoglienza nel nord dell’isola è stato dato alle fiamme da ignoti, molti attivisti per ragioni di sicurezza hanno sospeso le loro attività di sostegno ai profughi che a Lesbo sono ventimila, bloccati da mesi o addirittura da anni in attesa che la loro richiesta di asilo sia valutata. Lo stesso giorno alcuni manifestanti volevano impedire a un gommone carico di profughi di sbarcare sulla spiaggia di Thermis, proprio vicino all’ hotel Votsala che nel 2015 è stato uno dei centri nevralgici dell’accoglienza sull’isola.

“In questo momento ho molta paura”, racconta Josep, un altro volontario spagnolo del Pikpa camp, arrivato da quindici giorni sull’isola. “I profughi mi hanno cominciato a dire che ricorda l’atmosfera della guerra”, continua il ragazzo. “Non ho mai visto niente del genere”, assicura Efi Latsoudi, un’abitante di Lesbo che lavora al Pikpa. “Sono stata minacciata sotto gli occhi dei poliziotti”, continua, spiegando che tutti quelli che si avvicinano alle spiagge per aiutare i gommoni che arrivano dalla Turchia rischiano di essere aggrediti. Due auto dei volontari del campo sono state danneggiate. Anche Eric e Philippa Kempson, un pittore britannico e sua moglie, che vivono nell’isola dalla fine degli anni novanta e hanno offerto ospitalità ai profughi a partire dal 2015, hanno sospeso le loro attività e hanno ricevuto telefonate minatorie.

“Prima di aprire l’ospedale di Medici senza frontiere a Moria ogni mattina facciamo una riunione per valutare le condizioni di sicurezza, con lo stesso grado di allerta che usiamo di solito nelle zone di guerra”, racconta Marco Sandrone, coordinatore della missione di Msf sull’isola, originario della provincia di Cuneo e con una lunga esperienza alle spalle anche in contesti difficili come il Sud Sudan e Haiti. Sandrone definisce la situazione sull’isola “un far west”

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